|
Per noi è morto Un festival così non ha senso. Nessuno poteva ragionevolmente attendersi che Sanremo si trasformasse di colpo in un Woodstock o in un'isola di Wight; tuttavia le promesse degli organizzatori e anche qualche fatto concreto avevano fatto sperare che la manifestazione sanremese potesse esprimere quest'anno qualcosa di nuovo circa la situazione reale dell'evasione. Scusate il bisticcio delle parole: intendevamo dire che, pur restando uno spettacolo di canzoni, il festival sembrava indirizzato verso una presa di contatto con le vere forme e occasioni in cui oggi l'individuo si manifesta nel suo tempo libero; che sono forme e occasioni assai più impegnate e assai meno evasive di una volta. Comunque, diciamolo francamente: il fatto concreto, veramente di rottura, era uno solo e si chiama Rosa Balistreri. Una persona sola, ma che con la sua forza e la sua genuinità avrebbe dato certamente maggiore significato a altre canzoni e interpretazioni, come quelle di Anna Identici, Balsamo, Santagata, Drupy e della stessa Gilda Giuliani; e, in definitiva, avrebbe dato una impronta diversa all'intero festival. Rosa invece è stata fatta saltare, proprio alla vigilia della competizione, con una bomba a tempo che, se è vero che la canzone non era inedita, era dunque una bomba già innescata da un pezzo e tenuta in serbo per l'esplosione. Saltato il pilastro, è crollata tutta la costruzione di cartapesta che doveva rappresentare la novità e l'impegno. Fallimento dunque sul piano dell'impegno. Ma la beffa finale è che la bomba è scoppiata nelle mani stesse degli organizzatori, impedendogli di realizzare persino un festival tradizionale. Con la tanto propagandata formula dei "giovani", si è creata confusione nelle menti delle giurie (peraltro troppo anonime, nel senso che quest'anno non sono state selezionate a scaglioni di età) e così è successo che, confondendo l'età giovanile con la mentalità giovanile molti hanno votato per certi cantanti perché erano giovani e non per il significato delle loro canzoni, che il più delle volte di giovane non avevano proprio niente; e sono rimasti tagliati fuori cantanti tradizionali come Endrigo e Milva, la quale ultima, se il festival fosse stato dichiaratamente tradizionale, avrebbe lottato gomito a gomito con Endrigo per la vittoria. Ma tant'è, inutile spendere altre parole. Inutile sottolineare la melensaggine dei testi e soprattutto l’assoluta mancanza di musica (pensare che hanno persino scomodato un moog per la sigla! Keith Emerson avrà avuto gli incubi le notti scorse!). L'unica conclusione che si può, che si deve trarre alla fine di questo 23° festival di Sanremo è che ne abbiamo abbastanza. Poche pagine più avanti, nell'ultima puntata della nostra contro-inchiesta sulla condizione giovanile in Italia, troverete ampiamente spiegato come e perché anche il tempo libero dei ragazzi italiani viene strumentalizzato nell'interesse del consumismo. Ecco perché noi ci rifiutiamo di perdere altro tempo a parlare di questo festival. Carlo ora vi racconterà i particolari di come è andata, ma soltanto perché è giusto documentare, con la cronaca, i motivi che ci inducono alla nostra definitiva conclusione. La quale è: o le cose cambiano, in senso totale, profondo, con l'apertura al mondo reale dei giovani, o Sanremo per noi è morto. Ruggero Tarantola |